Alberto Gilardino sembra ormai vicinissimo alla panchina del Monza. Dopo le dimissioni di Paolo Bianco e il positivo incontro con la società, infatti, dovrebbe essere lui a guidare la squadra nella prossima stagione di Serie A. Un altro Campione del Mondo del 2006 in panchina, dunque, per i brianzoli, dopo l’esperienza piuttosto recente di Alessandro Nesta.
Proprio Gilardino fu uno dei protagonisti di quel Mondiale, l’ultimo vinto dalla nostra Nazionale. Non fu il volto simbolo di quel trionfo come Cannavaro, Buffon, Pirlo o Grosso. Non fu neppure il bomber principale, ruolo che in quel torneo venne distribuito in una cooperativa del gol quasi perfetta. Ma il suo Mondiale ebbe peso, numeri e momenti precisi: cinque presenze, una rete, un assist, un palo nella semifinale contro la Germania e una presenza costante nelle rotazioni offensive di Lippi. In una squadra costruita sull’equilibrio, sul sacrificio e sulla capacità di colpire nei dettagli, anche il suo lavoro da centravanti ebbe un valore tutt’altro che secondario.
Il centravanti scelto da Lippi in una Nazionale piena di soluzioni
Alla vigilia del Mondiale tedesco, Gilardino era uno degli attaccanti italiani più riconoscibili. Reduce dall’esplosione al Parma e dal passaggio al Milan, si presentava alla competizione con lo status di centravanti moderno per l’epoca: attacco della profondità, fiuto in area, capacità di giocare spalle alla porta e disponibilità a lavorare per la squadra. Lippi lo aveva inserito in un reparto offensivo ricchissimo, nel quale convivevano Luca Toni, Francesco Totti, Alessandro Del Piero, Filippo Inzaghi e Vincenzo Iaquinta.
In quel contesto, ogni minuto andava conquistato. Gilardino lo fece con caratteristiche diverse da quelle di Toni, meno dominante fisicamente ma più mobile nell’attacco dello spazio; meno associativo di Totti, ma più terminale; meno specialista dell’area piccola rispetto a Inzaghi, ma più adatto a reggere anche una partita di lotta e transizione. La sua presenza permetteva all’Italia di avere profondità, pressione iniziale sui difensori avversari e una soluzione forte sui calci piazzati offensivi.
Il girone: titolare, utile e subito dentro la competizione
Il Mondiale di Gilardino cominciò dentro una Nazionale ancora alla ricerca della propria forma definitiva. Contro il Ghana, nell’esordio vinto 2-0, l’attaccante partì tra i titolari. Non segnò, ma partecipò a una gara in cui l’Italia mostrò già due tratti destinati a diventare decisivi: solidità difensiva e qualità nelle uscite. In quella partita il peso offensivo fu condiviso, con Pirlo e Iaquinta a firmare il risultato, ma Gilardino diede il primo segnale di una competizione vissuta non da semplice alternativa.
La sua notte più nitida nel girone arrivò contro gli Stati Uniti. A Kaiserslautern, in una partita aspra, spezzettata e segnata dalle espulsioni, Gilardino sbloccò il risultato con uno dei gesti più classici del suo repertorio: movimento sul calcio piazzato, scelta di tempo, colpo di testa e palla in rete. Il cross arrivò da Andrea Pirlo, il taglio fu pulito, l’esecuzione da centravanti vero. Quella rete, arrivata nel primo tempo, rimase il suo unico gol del torneo, ma bastò a fissare il suo nome nel tabellino mondiale dell’Italia campione.
Il pareggio finale per 1-1 contro gli Stati Uniti ridimensionò parzialmente la serata azzurra, anche per l’autogol di Cristian Zaccardo e per il clima nervoso della partita. Ma per Gilardino quel gol rappresentò un passaggio importante: dimostrò di poter incidere in una competizione in cui ogni episodio pesava come una sentenza.
I numeri del suo Mondiale
Il bilancio statistico di Gilardino in Germania resta chiaro: cinque partite giocate, una rete segnata e un assist. Non sono numeri da capocannoniere, ma raccontano bene il suo ruolo in una Nazionale che vinse senza dipendere da un solo attaccante. L’Italia di Lippi distribuì responsabilità e gol: segnò con difensori, centrocampisti e punte, trovando ogni volta un protagonista diverso.
Nel caso di Gilardino, il dato più interessante non è soltanto la rete agli Stati Uniti. È il peso qualitativo dei suoi interventi nei momenti chiave. Il suo Mondiale non fu continuo in termini realizzativi, ma fu prezioso nei dettagli: presenza nell’undici iniziale in gare importanti, capacità di occupare i centrali avversari, lavoro senza palla e soprattutto lucidità nella semifinale più importante della storia recente azzurra.
La semifinale con la Germania
Se c’è una partita che riassume il valore del Mondiale di Gilardino, quella è Germania-Italia a Dortmund. Una semifinale entrata nella leggenda, decisa nei minuti finali dei supplementari da Fabio Grosso e Alessandro Del Piero. Gilardino entrò dalla panchina e cambiò il volto offensivo dell’Italia in un momento in cui la gara era tesa, fisica, bloccata, ma anche aperta a improvvisi squarci.
Nei supplementari colpì un palo dopo una progressione potente e lucida, andando vicinissimo al gol che avrebbe potuto riscrivere la sua narrazione personale nel torneo. Quel legno, però, non fu un episodio isolato: fu il segnale di un attaccante entrato bene mentalmente, capace di attaccare la profondità contro una Germania stanca ma ancora pericolosa.
Poi arrivò l’azione del 2-0, quella che chiuse definitivamente la semifinale. Dopo il gol di Grosso, con i tedeschi sbilanciati alla ricerca dell’ultima speranza, Gilardino ricevette palla nella transizione azzurra, portò avanti l’azione e servì Del Piero nel momento giusto. Il capitano juventino disegnò il destro sotto l’incrocio, ma l’assist del centravanti fu una scelta di grande freddezza: non forzare la conclusione, non cercare gloria personale, ma premiare il compagno meglio piazzato. È uno dei dettagli che spiegano il senso di quella Nazionale: talento individuale, sì, ma sempre dentro un’idea collettiva.
A Berlino, contro la Francia, Gilardino non scese in campo. Lippi gestì la finale con altre scelte, in una partita complessa, emotiva, condizionata dal rigore di Zidane, dal pareggio di Materazzi, dall’espulsione dello stesso Zidane nei supplementari e dalla lotteria finale dei rigori. Ma il fatto di non aver giocato l’atto conclusivo non riduce il valore del suo percorso.
Nel calcio dei tornei il contributo si misura anche lungo la strada. I Mondiali poi rappresentano davvero una competizione a sé stante, in cui tutto può accadere (e cambiare) da un momento all’altro. Mai come per questa edizione del 2026, per esempio, i pronostici sui gironi dei Mondiali tengono conto di svariate variabili e di tantissimi elementi. Nel 2006, Gilardino aveva segnato nel girone, aveva dato profondità alla squadra, aveva inciso nella semifinale e aveva partecipato a cinque delle sette partite complessive. Quando l’Italia alzò la Coppa, anche il suo nome era dentro quella conquista. Non come nota a margine, ma come parte reale del cammino.
Dal centravanti al tecnico: cosa resta di quel Gilardino
Rileggere oggi il Mondiale di Gilardino ha un senso particolare. Il possibile approdo al Monza da allenatore riporterebbe in primo piano un profilo che, da calciatore, ha conosciuto il peso della gestione del gruppo, della concorrenza interna e dei momenti ad altissima pressione. Germania 2006 fu anche una scuola di leadership silenziosa: accettare le rotazioni, farsi trovare pronto, incidere quando la partita lo chiede.
Il Gilardino allenatore non può essere ridotto al Gilardino centravanti, ma certe tracce restano. La conoscenza dell’area, la cultura del lavoro offensivo, l’attenzione ai dettagli nei movimenti degli attaccanti e l’esperienza vissuta in una Nazionale campione del mondo sono elementi che possono incidere nella sua identità tecnica. A Monza, eventualmente, non arriverebbe solo un giovane allenatore in cerca di conferme: arriverebbe anche un ex campione del mondo che sa cosa significa stare dentro uno spogliatoio ambizioso.
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